Si scrive Donald Trump, si legge George Walker Bush

Dopo John Bolton nuovo consigliere per la sicurezza nazionale e Gina Haspel nuovo direttore della CIA, Donald Trump ha deciso di perdonare Lewis “Scooter” Libby, ex capo di gabinetto di Dick Cheney, condannato nel 2007 per falsa testimonianza e spergiuro

Donald Trump prosegue a vele spiegate verso quello che sembra essere un ritorno prepotente ai “falchi” neocon che avevano caratterizzato l’Amministrazione Bush.

Nell’autunno del 2000, vede la luce un documento intitolato Rebuilding America’s Defenses: Strategy, Forces and Resources for the New Century, pubblicato da un’organizzazione che si denomina il “Project for the New American Century” (Progetto per il Nuovo Secolo Americano), conosciuta con l’acronimo di PNAC.

Questo istituto neo conservatore collegato alla Difesa ed ai servizi segreti, al partito repubblicano ed al potente “Council on Foreign Relations”, è costituito da membri o sostenitori delle Amministrazioni Reagan e Bush padre, alcuni dei quali sarebbero diventati figure centrali nell’Amministrazione di Bush figlio.

Il gruppo comprende Jeb Bush (fratello del presidente degli Stati Uniti d’America George Walker Bush), Richard Armitage, John Bolton, Dick Cheney (vicepresidente degli Stati Uniti), Paul Wolfowitz (vicesegretario alla Difesa), Zalmay Khalilzad (strettamente legato a Paul Wolfowitz), Lewis “Scooter” Libby (Capo dello staff di Cheney), Richard Perle, Donald Rumsfeld (Segretario alla Difesa) e James Woolsey.

Libby e Wolfowitz sono elencati tra coloro che hanno partecipato direttamente al progetto “Rebuilding America’s Defenses: Strategy, Forces and Resources for the New Century”.

Prima della guerra all’Iraq, all’interno dell’Amministrazione americana si combatte un’altra guerra, la “War behind Closed Doors”, la “guerra di gabinetto” [1].

All’interno dell’Amministrazione conservatrice di George Walker Bush, tre scuole di pensiero litigano tra loro. L’allora vice ministro della Difesa Paul Wolfowitz ed i neo-conservatori ritengono che l’America sarebbe stata al sicuro solo quando il resto del mondo fosse diventato uguale a lei. L’apertura dei mercati di questo resto del mondo alle merci americane e la possibilità di sfruttare le materie prime locali da parte di società americane è un piacevole beneficio collaterale di questa strategia. Questo gruppo, dunque, promuove l’invio in Iraq di un potente esercito a cui sarebbero seguiti generosi programmi di ricostruzione, secondo l’esempio del “Piano Marshall”.Donald TrumpGli assertive nationalists, ovvero i “nazionalisti dichiarati”, come il ministro della Difesa Donald Rumsfeld ed il Vice Presidente Dick Cheney, non condividono questa visione ambiziosa e dispendiosa dal punto di vista economico: per servire al meglio gli interessi della sicurezza americana era necessario eliminare i potenziali fattori di pericolo. Per i nazionalisti dichiarati l’obiettivo di un intervento americano in Iraq non è tanto la creazione di un paradiso democratico, l’interesse di questo gruppo per un processo di democratizzazione in Iraq dopo la terza Guerra del Golfo era altrettanto scarso di quello di democratizzazione del Kuwait dopo la seconda Guerra del Golfo. A Cheney, Rumsfeld e compagnia stavano a cuore soprattutto i vantaggi immediati che l’America avrebbe potuto ricavare da una guerra in Iraq: la creazione di importanti basi militari nella Regione, dalle quali, nel peggiore dei casi, intervenire nei paesi ricchi di petrolio quali Arabia Saudita e Kuwait e la possibilità di minacciare l’Iran, dove il petrolio è altrettanto abbondante.

Il terzo gruppo è quello degli “internazionalisti”, “nazionalisti realisti”, “realisti conservatori” o come si voglia chiamare gente come Colin Powell o Condoleezza Rice, secondo cui l’impiego della violenza è giustificato solo di fronte ad una minaccia diretta degli interessi americani. Questo gruppo vuole dare al mondo intero una giustificazione morale della guerra, aspirando ad una legittimazione internazionale. Ecco spiegate anche le ragioni dell’entrata in scena di Powell davanti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 5 Febbraio 2003 [2].

La guerra dietro le porte del gabinetto è vinta, come noto, dall’alleanza tra neocons e nazionalisti dichiarati: hanno inizio i bombardamenti e l’invasione dell’Iraq.

Perdonare Libby, in pratica, pone Donald Trump nella condizione di assolvere uno dei principali architetti della guerra in Iraq, evento che lo stesso tycoon, all’epoca, denunciò come un madornale errore geopolitico.

Note e fonti:
[1] “The War behind Closed Doors. The People, the Clashes – and Ultimately the Grand Strategy behind George W. Bush’s Determination to Go to War with Iraq”, PBS, tratto da www.pbs.org
[2] “Il libro nero del petrolio – Una storia di avidità, guerra, potere e denaro”, di Thomas Seifert e Klaus Werner, Editori Newton and Compton, 86-89

Nico ForconiControInformo

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